La Giornata mondiale del Teatro, istituita dall’Istituto Internazionale del Teatro a sostegno delle arti di scena, si celebra a partire dal 1962 il 27 marzo di ogni anno. Per celebrare questo evento abbiamo intervistato Giobbe Covatta che nelle scorse settimane è stato ospite della Rassegna nazionale di arti performativa “Teatro in Sala”, diretta dall’associazione “I Ragazzi di San Rocco” di Sala Consilina e sostenuta dalla Banca Monte Pruno.
Covatta vanta una carriera ricca di successi sia a teatro che al cinema e in televisione, ma il suo volto e le sue azioni concrete hanno contribuito a realizzare iniziative solidali in Africa nelle vesti di ambasciatore di AMREF e testimonial di Save the Children.
Tanti gli spettacoli teatrali portati in giro per l’Italia dagli anni ’90 ad oggi. Attualmente diverte e fa riflettere il pubblico con “SCOOP: Donna Sapiens”, per dimostrare, con il suo linguaggio irriverente e dissacratorio, la superiorità della donna sull’uomo.
- Ricorda i primi passi sui palcoscenici teatrali? Cosa la spinse a recitare?
Lo ricordo perfettamente. Sulla spinta potremmo discutere, perchè è stata una casualità assoluta. Ad un artista capita di fare qualcosa e di scoprire che lo diverte e così va avanti. Non c’era un pensiero dietro, ero un giovanotto di 22 anni che viveva la sua vita in maniera scombinata. All’inizio mi divertiva, non avevo aspettative, progetti. Non sono uno di quelli che da bambino diceva: “Da grande farò l’attore”. Io volevo fare l’esploratore, infatti con il tempo ho messo insieme le due cose e ho iniziato a fare documentari. Perchè la mia passione è quella, pochi giorni fa sono tornato dal Rwanda. Io ho sempre avuto il passaporto in tasca, pronto a partire in qualsiasi momento. E’ uno dei privilegi più grandi: fare un lavoro artistico e collegarlo con l’intero pianeta.
- Quali sono stati negli anni gli elementi chiave dei suoi spettacoli? Cosa desidera evocare nel pubblico che la segue?
Io spero che il pubblico si diverta. Il contratto teatrale tra l’attore e il pubblico è questo: si paga un biglietto per venire a divertirsi e io devo far divertire. Però io esprimo le mie opinioni. Cerco di non tradire il mio punto di vista, questo amo fare. Con vari risultati, ovviamente.
- Qual è attualmente lo stato di salute del teatro in Italia?
Continuo a pensare, forse per una questione di ottimismo, che il teatro è l’unico posto in cui c’è uno vivo che parla e della gente viva che sente. Perchè oramai di persone vive che si guardano in faccia raccontandosi storie non se ne trovano. Questa logica è venuta meno, tutto transita attraverso un apparecchio elettronico, un post, dei meccanismi che non sono più quelli dell’essere umano. Questo rende il teatro immortale, perchè ci sarà sempre qualcuno che avrà voglia di raccontare delle storie e qualcuno che avrà voglia di ascoltarle, dal vivo. Sottolineo dal vivo, perchè il resto è “dal morto”.
- Nei piccoli centri c’è fervore intorno ai teatri cittadini. Molte rassegne riescono a durare anche per diversi anni. E’ questa la strada giusta per non far calare il sipario?
La strada giusta è fare teatro e andarci, anche se più passano gli anni e più diventa difficile. Non perchè ci siano delle difficoltà oggettive, a mio avviso, ma perchè si invecchia. C’è ancora chi ci crede, chi ha energia perchè è più giovane di me, ad esempio. Quando io avevo 30 anni partire per la tournée era una festa, oggi è più dura, ma lo faccio perchè è la mia passione.